La Galleria Borghese nasce dalla passione sfrenata di un solo uomo: il cardinale Scipione Caffarelli Borghese (1577–1633), nipote di papa Paolo V, che tra il 1605 e la sua morte costruì una delle più grandi collezioni d'arte private mai riunite, usando tanto il gusto raffinato quanto metodi spregiudicati (sequestri, ricatti, prigionia di artisti). Il Casino Nobile della Villa Borghese Pinciana — oggi sede del museo — fu progettato da Flaminio Ponzio e completato da Giovanni Vasanzio tra il 1607 circa e il 1633, concepito non come residenza ma come "villa di delizie" e museo per esporre la raccolta. Dopo la catastrofica vendita delle antichità a Napoleone nel 1807 e il trasferimento dei dipinti dal Palazzo Borghese alla villa nel 1891, nel 1902 lo Stato italiano acquistò collezione, villa e parco — "l'affare del secolo" — trasformando la raccolta di Scipione nel museo che oggi si visita solo su prenotazione.
Il personaggio: Scipione Caffarelli Borghese, il cardinal nepote
Scipione nacque il 1° settembre 1577 ad Artena (allora Montefortino), nei pressi di Roma, con il nome di Scipione Caffarelli. Era figlio di Francesco Caffarelli, nobile ma in gravi difficoltà economiche, e di Ortensia Borghese, sorella di Camillo Borghese, il futuro papa Paolo V. Proprio a causa delle precarie condizioni finanziarie del padre — che risiedeva a Nepi e poté rientrare a Roma solo dopo il 1607 — l'educazione di Scipione fu interamente sostenuta dallo zio materno. Il giovane studiò filosofia al Collegio Romano dei gesuiti e si laureò poi in diritto (in utroque iure) all'Università di Perugia.
La svolta arrivò nel 1605. Alla morte di Clemente VIII e dopo il brevissimo pontificato di Leone XI, il conclave elesse Camillo Borghese, che assunse il nome di Paolo V. Appena due mesi dopo, il 18 luglio 1605, il nuovo papa ammise il nipote nel Sacro Collegio, conferendogli il titolo di cardinale presbitero di San Crisogono e — soprattutto — il diritto di usare il nome e l'arme dei Borghese, adottandolo di fatto. Scipione aveva 27 anni.
Secondo la classica prassi del nepotismo dell'epoca, il cardinale divenne il cardinal nepote: fu proposto alla Consulta incaricata del governo dello Stato della Chiesa e, nel settembre 1605, subentrò nell'ufficio di segretario ai Brevi, arrivando in pochi mesi al controllo della Segreteria di Stato. Fu, in sostanza, il de facto capo del governo pontificio e sovrintendente dei negoziati della Santa Sede. Accumulò una impressionante serie di cariche: governatore di Fermo (1606), legato di Avignone (1607), arciprete della Basilica Lateranense (1608) e poi di quella Vaticana (1620), bibliotecario di Santa Romana Chiesa (1609), primo archivista dell'Archivio Vaticano (1612), arcivescovo di Bologna (1610–1612, senza mai risiedervi), camerlengo del Sacro Collegio.
Ciascuna di queste cariche portava con sé stipendi e rendite. Secondo la ricostruzione di Wolfgang Reinhard (Papstfinanz und Nepotismus unter Paul V, Stoccarda, 1974), il suo reddito annuo era stimato in circa 90.000 scudi nel 1609 ed era salito a 140.000 scudi nel 1612. Con questa ricchezza il cardinale costruì il patrimonio della famiglia: acquistò per 280.000 scudi i possedimenti di Montefortino (l'odierna Artena) e Olevano Romano da Pier Francesco Colonna, duca di Zagarolo, e — secondo una relazione del 1672 — concentrò nelle sue mani circa ottanta casali della campagna romana, oltre a palazzi e ville, spesso costringendo i proprietari a vendere a prezzi di favore.
Le fonti concordano nel descrivere Scipione non come un intellettuale, ma come un uomo dalla curiosità vorace e dal gusto impeccabile: un bon vivant amante della buona tavola (i tratti carnosi del volto, la "pappagorgia", sono resi con realismo dal busto berniniano), della musica, della botanica, delle ville e soprattutto dell'arte. Contemporanei riferirono di scandali quasi pubblici legati alla sua vita privata, in particolare il legame con Stefano Pignatelli, che Scipione fece salire fino alla porpora.
Scipione morì a Roma il 2 ottobre 1633, nel suo palazzo romano, un decennio dopo la morte dello zio Paolo V (1621). Fu sepolto nella Cappella Paolina (o Borghese) della Basilica di Santa Maria Maggiore, la sontuosa cappella di famiglia edificata dallo zio.
Altre esperienze a Roma da non perdere
La Roma di Scipione Borghese si visita ancora: oltre alla Galleria Borghese e ai giardini di Villa Borghese, ci sono la Cappella Paolina di Santa Maria Maggiore, dove il cardinale è sepolto, e il Palazzo Borghese di Campo Marzio, il "Cembalo" che per due secoli ospitò la quadreria di famiglia. Molti visitatori abbinano il museo a un itinerario su Bernini e il Barocco romano, a una visita su Caravaggio, o a una passeggiata fino alla Terrazza del Pincio e a Piazza del Popolo.
Scipione collezionista: il gusto e i metodi spregiudicati
Con l'ascesa dello zio al soglio pontificio, Scipione avviò contemporaneamente un'intensa committenza architettonica e una sistematica acquisizione di opere d'arte. Il suo gusto era eclettico ma orientato: amava tanto la statuaria antica quanto la pittura "moderna", con una predilezione per gli artisti che avevano studiato da vicino il classicismo. Nelle sue raccolte confluirono opere di Raffaello, Tiziano, Correggio, Domenichino, Guido Reni, Rubens, il Cavalier d'Arpino, Dosso Dossi, Bronzino, Federico Barocci e, naturalmente, Caravaggio e Bernini.
Si può dire che con Scipione nacque il concetto moderno di collezionista: la raccolta non era più solo mecenatismo, ma un racconto costruito con occhio finissimo — e con una spregiudicatezza leggendaria. Alcuni episodi sono divenuti emblematici.
Il sequestro del Cavalier d'Arpino (1607)
Il pittore Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino, fu accusato dagli emissari di Paolo V di possesso illegale di armi da fuoco (archibugi). Per essere rilasciato, fu costretto a cedere alla Camera Apostolica la sua ricca quadreria — 107 dipinti — che Paolo V donò poco dopo al nipote Scipione, presumibile regista dell'operazione. Tra quelle tele c'erano due capolavori giovanili di Caravaggio, il Bacchino malato (Autoritratto in veste di Bacco, inv. 534) e il Giovane con canestra di frutta, dipinti nel periodo in cui il Merisi lavorava proprio nella bottega dell'Arpino dipingendo "fiori e frutti". L'episodio è documentato dall'inventario del sequestro pubblicato da A. De Rinaldis in Archivi, III, 1936.
Il trafugamento della Deposizione di Raffaello (1608)
Scipione mise gli occhi sulla Deposizione Baglioni (o Trasporto di Cristo), pala d'altare che Raffaello aveva dipinto per la cappella Baglioni nella chiesa di San Francesco al Prato a Perugia. Secondo la documentazione della Galleria Borghese, la tavola fu trafugata con la complicità dei frati nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1608, per giungere a Roma probabilmente entro il 20 dello stesso mese. Di fronte alle proteste dei perugini, Paolo V legittimò l'appropriazione con un motu proprio, dichiarando l'opera "cosa privata del cardinale" e concedendo in cambio due copie.
La prigionia di Domenichino (1617)
La Caccia di Diana era stata commissionata al bolognese Domenichino dal cardinale Pietro Aldobrandini, storico rivale dei Borghese. Quando Scipione la volle per sé e il pittore rifiutò di cedergliela, il cardinale — come racconta il biografo Giovanni Battista Passeri — "mandò con violenza a levarglielo di casa" e ordinò che Domenichino fosse imprigionato per alcuni giorni, finché non cedette. Il pittore ricevette una somma irrisoria: 40 scudi (150 in tutto, comprendendo anche la Sibilla).
L'acquisto dei dipinti Sfondrato (1608)
Sempre nel 1608 Scipione ottenne, con una vendita di fatto forzata, i 71 straordinari dipinti del cardinale Paolo Emilio Sfondrato, tra i quali si ipotizza la presenza dell'Amor sacro e Amor profano di Tiziano, oltre a opere di Raffaello (come il Ritratto di Giulio II e la Madonna del velo) poi disperse. A questi episodi si aggiunge l'acquisto (1605) della Madonna dei Palafrenieri di Caravaggio, rifiutata dalla Confraternita e comprata da Scipione per 100 scudi.
Il mecenatismo verso Bernini
Se questi erano i metodi del "predatore", Scipione fu anche un patrono geniale: fu lui a intuire il talento del giovanissimo Gian Lorenzo Bernini, commissionandogli tra il 1615 e il 1623 i gruppi scultorei che sono ancora oggi il cuore del museo: la Capra Amaltea, l'Enea, Anchise e Ascanio (1618–1620, con la collaborazione del padre Pietro), il Ratto di Proserpina (1621–1622), l'Apollo e Dafne (1622–1625) e il David (1623).
Nel 1632 Bernini scolpì anche il celebre busto-ritratto del cardinale: durante la lavorazione il marmo rivelò un "pelo", una crepa sulla fronte, e lo scultore ne realizzò una seconda versione in pochissimo tempo — tre giorni secondo il figlio Domenico, quindici notti secondo Baldinucci. Scipione volle entrambe le versioni, oggi esposte insieme in Galleria. Per il busto lo scultore fu pagato 500 scudi. I quattro gruppi sono raccontati uno per uno nella nostra guida a Bernini alla Galleria Borghese.
La costruzione della villa: il Casino Nobile della Villa Borghese Pinciana
Il primo grande progetto di Scipione come cardinal nepote fu la creazione di una villa suburbana sul colle Pincio, appena fuori le mura, dove i Borghese possedevano una vigna dal 1580 (corrispondente agli antichi horti di Lucullo). A partire dal 1605–1606 la proprietà si ingrandì con l'acquisto di terreni confinanti e con donazioni, fino a raggiungere una tenuta di circa 80 ettari divisa in tre "recinti".
La costruzione del Casino Nobile — l'edificio che oggi ospita la Galleria — fu avviata attorno al 1607 e affidata all'architetto di casa Borghese, Flaminio Ponzio, già impegnato al Palazzo Borghese. Alla morte di Ponzio (1613), i lavori furono continuati dal fiammingo Giovanni Vasanzio (Jan van Santen), che disegnò il prospetto. La villa fu sostanzialmente completata entro il 1633.
L'edificio si ispirava alle ville suburbane rinascimentali romane — in particolare la Farnesina di Baldassarre Peruzzi (per l'impianto della facciata) e la Villa Medici (per le torrette laterali). La caratteristica più straordinaria era che l'intera facciata, come le due facciate laterali, era rivestita di statue antiche, rilievi, fregi e busti: l'edificio appariva un gioiello posto "in isola", sovraccarico di marmi archeologici, secondo un gusto tardo-manierista di horror vacui. Il portico riutilizzava anche spolia (elementi antichi di reimpiego). Oggi le poche sculture sulla facciata non sono quelle originali: furono portate qui alla fine dell'Ottocento dopo le spoliazioni napoleoniche.
Il punto fondamentale è che il Casino non fu concepito come residenza, ma come una "villa di delizie" e un vero e proprio museo: un luogo di cultura per l'esposizione di immagini esemplari dell'arte antica e moderna, per la musica, per gli studi in una piccola biblioteca, per la contemplazione della natura (con piante rare e animali esotici) e delle meraviglie tecnologiche dell'epoca. Le finestre numerose e la disposizione delle stanze furono progettate proprio per favorire la buona visione delle opere.
Attorno al Casino si estendevano i giardini segreti: recinti privati ai due lati dell'edificio, veri e propri "stanze all'aperto" — il Giardino dei Melangoli e il Giardino dei Fiori — dove si coltivavano agrumi, rose d'Olanda e centinaia di specie ornamentali rare, tra cui i bulbi al centro della "tulipomania" seicentesca. Alla sistemazione del verde lavorarono il giardiniere Domenico Savini da Montepulciano e l'architetto Girolamo Rainaldi, mentre i lavori idraulici furono affidati a Giovanni Fontana. Della villa e dei suoi giardini ci lascia una descrizione preziosa Jacopo Manilli, guardaroba della villa, nella sua opera Villa Borghese fuori di Porta Pinciana (1650).
La villa e il palazzo di città
È importante distinguere la villa suburbana dal Palazzo Borghese in Campo Marzio, la residenza principale della famiglia in città. Acquistato dal cardinale Camillo (poi Paolo V) e ampliato da Ponzio, Maderno e Vasanzio, il palazzo era soprannominato "il Cembalo" per la sua insolita pianta trapezoidale che ricordava lo strumento musicale, con la piccola facciata su via di Ripetta detta "la tastiera del cembalo". Era considerato una delle "meraviglie di Roma". Per oltre due secoli il palazzo ospitò, in dodici sale, la quadreria (la collezione di dipinti) della famiglia, mentre la villa ospitava soprattutto le sculture.
Camminare oggi nei giardini di Scipione
Il parco che circonda il museo è ciò che resta della tenuta del cardinale, e la visita che unisce galleria e giardini è la più fedele all'idea originale della villa: un edificio e il suo verde pensati insieme, non due cose separate.
Galleria Borghese e giardini: tour guidato in piccolo gruppo
Due ore e mezza che tengono insieme le due metà del progetto di Scipione: le sale del Casino Nobile e il verde che lo circondava, con guida in piccolo gruppo e ingresso nel turno prenotato. Valutato 4,7 su oltre 2.800 recensioni.
Il destino della collezione dopo Scipione
Per volontà del cardinale, alla sua morte (1633) tutti i beni mobili e immobili furono sottoposti a uno strettissimo vincolo fidecommissario (fedecommesso): un istituto giuridico che rendeva la collezione inalienabile e ne preservò l'integrità per tutto il XVIII secolo. La raccolta continuò ad arricchirsi — alla fine del Seicento i Borghese potevano contare su una raccolta di circa 800 dipinti e su una delle più celebrate collezioni di antichità a Roma — anche grazie all'eredità Aldobrandini confluita alla fine del secolo.
Nel Settecento il principe Marcantonio IV Borghese avviò una radicale ristrutturazione della villa in stile neoclassico, affidata all'architetto Antonio Asprucci (1766–1793 circa): l'allestimento delle sale, con i capolavori come fulcro di ogni ambiente, è ancora oggi essenzialmente quello di Asprucci.
La catastrofe del 1807
La ferita più grave arrivò con Camillo Borghese (1775–1832), che nel 1803 aveva sposato Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Sotto la pressione politica e fiscale dell'imperatore, Camillo fu costretto a vendere allo Stato francese gran parte della collezione di antichità, che tra la fine del 1807 e il 1808 fu smontata dalla villa e trasportata al Louvre (allora Musée Napoléon), dove costituisce ancora oggi uno dei nuclei fondamentali della collezione archeologica — il cosiddetto "Fondo Borghese".
Sul numero preciso dei pezzi le fonti divergono. Il catalogo scientifico moderno di Marie-Lou Fabréga-Dubert per il Louvre e la stessa Galleria Borghese (in occasione della mostra del 2011 I Borghese e l'Antico) parlano di 695 pezzi complessivi tra statue, vasi e rilievi. All'interno di questo totale, il nucleo delle sculture maggiori è spesso descritto come 154 statue, 160 busti, 170 rilievi e 30 colonne (oltre a vari vasi), per un totale di poco più di 500 pezzi maggiori; una precedente stima archivistica di Ferdinand Boyer (1937) parlava di 523 "articoli". Il pezzo più celebre era il Vaso Borghese e tra le opere partite ci furono il Gladiatore Borghese e l'Ermafrodito dormiente restaurato da Bernini.
La stima commerciale iniziale di Ennio Quirino Visconti era di circa 6 milioni di franchi, ma la somma pattuita salì a 13 milioni di franchi. Di questi ne furono effettivamente versati circa 8 milioni, e la cifra restante fu solo parzialmente coperta dalla cessione del feudo di Lucedio, presso Vercelli in Piemonte, dove Camillo si trasferì come governatore generale dei dipartimenti transalpini. Antonio Canova, che aveva studiato quei marmi, la definì nel 1810, davanti a Napoleone, "una incancellabile vergogna" per la famiglia che possedeva "la villa più bella del mondo". Poiché si trattava di un regolare contratto di vendita — e non di una spoliazione — il Congresso di Vienna (1815) ne confermò la proprietà francese e le opere non tornarono mai in Italia.
La ricostituzione di Camillo
Nei decenni successivi Camillo cercò di rimediare al danno: promosse nuovi scavi nelle proprietà di famiglia (tramite il suo incaricato Evasio Gozzani di San Giorgio), recuperò e riacquistò opere, e commissionò due dei capolavori oggi più amati della villa: la statua di Paolina Bonaparte come Venere Vincitrice di Antonio Canova e la Danae di Correggio, acquistata nel 1827. Nel 1833 il principe Francesco Borghese rinnovò il vincolo fidecommissario, coprendo tutte le opere mobili e immobili e salvando la collezione da ulteriori dispersioni. A queste integrazioni si deve anche il ritrovamento, nel 1834, del Mosaico dei gladiatori nella tenuta di Torrenova.
Il trasferimento del 1891 e l'acquisto dello Stato (1902)
Alla fine dell'Ottocento i gravi rovesci finanziari della famiglia — debiti per oltre 11 milioni di lire tra il 1886 e il 1891 — portarono alla vendita di molte proprietà. Nel 1891 tutte le opere conservate nelle dodici sale della quadreria del Palazzo Borghese furono trasferite al piano nobile della Villa Pinciana, preparando la trasformazione in museo.
Infine, dopo lunghe e complesse trattative, nel 1902 lo Stato italiano acquistò le raccolte del Fedecommesso Borghese insieme alla villa e al parco per 3,6 milioni di lire — un'operazione definita "l'affare del secolo", perché la cifra, modesta per l'epoca, comprendeva la tenuta, la villa padronale e tutti gli inestimabili capolavori in essa contenuti. Il museo aprì al pubblico all'inizio del 1902. Il parco, invece, fu ceduto nel 1903 al Comune di Roma — la storia del parco è raccontata nella nostra guida a Villa Borghese.
Primo direttore della Galleria fu Giovanni Piancastelli (1845–1926), a cui succedette nel 1906 Giulio Cantalamessa, già responsabile delle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Nel corso del Novecento il museo fu oggetto di numerosi restauri: chiuso nel 1983 per un radicale restauro architettonico durato quattordici anni, riaprì al pubblico nel giugno 1997, con il recupero delle cromie originali delle facciate, delle statue e della storica scalinata a due rampe.
| Anno | Che cosa accade |
|---|---|
| 1605 | Scipione è creato cardinale e adotta nome e arme dei Borghese |
| c. 1607–1633 | Costruzione del Casino Nobile: Flaminio Ponzio, poi Giovanni Vasanzio |
| 1633 | Morte di Scipione; la collezione è vincolata dal fedecommesso |
| 1766–1793 c. | Riallestimento neoclassico di Antonio Asprucci, ancora oggi visibile |
| 1807–1808 | Vendita a Napoleone: circa 695 pezzi antichi partono per il Louvre |
| 1833 | Francesco Borghese rinnova il fedecommesso |
| 1891 | La quadreria del Palazzo Borghese è trasferita alla Villa Pinciana |
| 1902 | Lo Stato acquista collezione, villa e parco per 3,6 milioni di lire |
| 1983–1997 | Chiusura per restauro; riapertura nel giugno 1997 |
Visitare oggi la collezione di Scipione
La collezione che si ammira oggi alla Galleria Borghese è, in larghissima parte, ancora quella riunita da Scipione quattro secoli fa, con lo stesso rapporto tra opere e ambienti: i Caravaggio del Cavalier d'Arpino, la Deposizione di Raffaello, la Caccia di Diana di Domenichino, l'Amor sacro e Amor profano di Tiziano, i gruppi berniniani, la Paolina di Canova, la Danae di Correggio.
Proprio per la sua natura di museo raccolto in una villa storica, la visita è contingentata e su prenotazione obbligatoria: l'ingresso avviene per turni orari, con un numero massimo di visitatori per turno e una durata di visita limitata. I biglietti si acquistano tramite i canali ufficiali del museo. Prezzi, orari e modalità sono soggetti a variazioni — in particolare in occasione di mostre temporanee — e vanno verificati sul sito ufficiale prima della visita. Il confronto fra le formule disponibili è nella nostra guida alle visite guidate, e i dettagli su tariffe e prenotazione nella guida ai biglietti.
Visita guidata in piccolo gruppo con ingresso salta-fila
Per una collezione fatta di storie — un sequestro, un trafugamento notturno, un pittore in prigione — la guida è quello che trasforma le sale in racconto. Uno storico dell'arte autorizzato, nel turno di 2 ore. Valutata 4,7 su oltre 2.700 recensioni.
Su data e luogo di nascita la maggior parte delle fonti (Wikipedia, mostra di Cuneo 2025, materiali del museo) indica Artena, 1° settembre 1577; alcune più datate — la voce enciclopedica breve Treccani e la voce del Dizionario Biografico degli Italiani — riportano "Roma, 1576": prevalente e più affidabile è il 1577, con Artena. Sul numero dei pezzi venduti a Napoleone le cifre oscillano molto (344, 514, 523, 695): la più autorevole e aggiornata è 695 (catalogo Fabréga-Dubert per il Louvre, ripreso dalla Galleria Borghese nel 2011); la cifra di 344 riportata da Wikipedia è internamente contraddittoria — i suoi stessi sotto-totali sommano a 514 — e va evitata. Le date di costruzione della villa oscillano leggermente fra le fonti (inizio 1607/1608/1609; facciata di Vasanzio attorno al 1617): presentarle come intervallo c. 1607–1633 è la scelta più prudente. Il prezzo pattuito di 13 milioni di franchi non fu mai versato integralmente: gli 8 milioni effettivi sono confermati dal sito ufficiale della Galleria, e alcune fonti dettagliano la struttura del pagamento (contanti, la tenuta di Lucedio e una rendita annua). I dettagli sulla vita privata di Scipione provengono da fonti coeve (Gaetano Moroni) e vanno trattati come testimonianze, non come fatti accertati. Orari e prezzi correnti vanno sempre verificati sul sito ufficiale.
Domande frequenti
Le risposte alle domande più ricorrenti su Scipione Borghese e la nascita della collezione.
Chi era Scipione Borghese?
Un cardinale (1577–1633), nipote di papa Paolo V, di fatto capo del governo pontificio e uno dei più grandi collezionisti e mecenati della Roma barocca; fondatore della raccolta oggi nella Galleria Borghese.
Perché la collezione si chiama Borghese se Scipione era un Caffarelli?
Perché alla nomina cardinalizia (1605) lo zio papa lo adottò, dandogli il diritto di usare il nome e lo stemma dei Borghese.
È vero che rubava le opere d'arte?
In parte sì: usò sequestri legali pretestuosi (Cavalier d'Arpino), appropriazioni legittimate da atti papali (la Deposizione di Raffaello) e persino la prigionia di un artista (Domenichino) per ottenere ciò che desiderava.
La villa era la sua casa?
No: il Casino Nobile fu concepito come «villa di delizie» e museo per la collezione; la residenza cittadina della famiglia era il Palazzo Borghese, «il Cembalo».
Cosa è successo alle antichità vendute a Napoleone?
Circa 695 pezzi (statue, busti, rilievi, vasi, colonne) sono al Louvre dal 1807–1808 e non sono mai tornati in Italia, trattandosi di una vendita regolare confermata dal Congresso di Vienna.
Quando lo Stato italiano ha comprato la Galleria Borghese?
Nel 1902, per 3,6 milioni di lire: una cifra modesta che comprendeva collezione, villa e parco, tanto da essere ricordata come «l'affare del secolo». Il museo aprì al pubblico all'inizio del 1902 e il parco passò al Comune di Roma nel 1903.
Chi ha costruito la villa che ospita la Galleria Borghese?
Il Casino Nobile fu avviato attorno al 1607 su progetto di Flaminio Ponzio, architetto di casa Borghese, e continuato dopo la sua morte nel 1613 dal fiammingo Giovanni Vasanzio, che disegnò il prospetto. La villa fu sostanzialmente completata entro il 1633.
Che rapporto c'era tra Scipione Borghese e Bernini?
Scipione fu il primo grande mecenate di Gian Lorenzo Bernini: tra il 1615 e il 1623 gli commissionò la Capra Amaltea, l'Enea Anchise e Ascanio, il Ratto di Proserpina, l'Apollo e Dafne e il David. Nel 1632 Bernini scolpì anche il suo busto-ritratto, in due versioni, pagate 500 scudi.


